Omicidio in cella: Molinari, autore di reati contro il patrimonio, in cella con un violento già giudicato psichiatricamente instabile

Oltre all’indagine coordinata dalla Procura, in corso anche un’ispezione del ministero della Giustizia. La vittima, il giorno prima, era già stata picchiata da quello che sarebbe diventato il suo carnefice. Chi conosceva Molinari racconta: «Era un mite, non avrebbe fatto del male a una mosca». Perché stava nella sezione dei detenuti violenti? Intanto dalle parole dei conoscenti emerge che Roberto aveva ricevuto una piccola eredità, ma non l’aveva mai reclamata, continuando a rubacchiare nei supemercati e sottraendo cavi di rame per mangiare, vivendo da senza fissa dimora tra il centro storico e il Cep

Roberto Molinari aveva abitato un paio di anni nel ghetto, in casa della trans campana Antonio Salvo, da tutti conosciuta come Ursula anche se non aveva mai cambiato legalmente il suo nome pur potendolo fare. Quando Roberto se ne era andato, perché, aveva detto, non era fatto per stare fermo, Ursula, che stava scivolando verso la demenza senile, era stata circondata da personaggi che l’avevano circonvenuta, trasformando il suo basso in una centrale di spaccio e anche vessandola, picchiandola e rubando il suo denaro. Gli abitanti della zona avevano chiesto aiuto per lei alla Polizia locale del centro storico che aveva indagato arrestando un uomo per furto aggravato, circonvenzione di incapace e lesioni e coinvolgendo i Servizi Sociali che avevano ricoverato la trans in una Rsa, dove qualche tempo dopo era morta.

Qualcosa, però, a Ursula era rimasto, cose che probabilmente negli ultimi mesi della sua vita nemmeno ricordava di avere e che per questo i suoi aguzzini non le avevano potuto rubare. Una parte di questa eredità, quando ancora era capace di intendere e di volere, la trans l’aveva lasciata per testamento a Roberto. Gli esecutori testamentari lo avevano cercato, rivolgendosi anche alle trans del ghetto per contattarlo, e queste gli avevano detto che poteva andare ad esigere quanto gli spettava. Lui, però, non l’aveva mai fatto. Pur potendo contare su denaro che gli sarebbe toccato legittimamente, aveva continuato, per mangiare, a rubacchiare nei supermercati e a commettere furti di metalli. Così ha messo assieme il cumulo di pene che lo hanno portato nella cella del carcere dove ha trovato la morte. «Una volta – racconta una trans – abbiamo sentito un forte rumore provenire da uno dei magazzini Amiu. Era lui che tentava di staccare la valvola di una bombola per appropriarsi del metallo e rischiando di saltare in aria e far saltare magazzino ed edificio soprastante».
«Era una persona mite – racconta una trans -, non avrebbe fatto del male a una mosca. Era molto chiuso, ma non era un violento. Più volte gli abbiamo detto che non poteva e non doveva rubare i cavi di rame e i metalli, ma lui diceva che erano per strada, quindi non erano di nessuno. Non capiva perché non dovesse prenderli. Non sappiamo perché non abbia mai voluto reclamare ciò che gli spettava per vivere tranquillo, almeno per un po’».
Nel frattempo Roberto aveva chiesto un posto dove dormire all’Auxilium, poi si era trasferito, come abitante abusivo insieme a un uomo e a una donna, in una casa del Cep di Pra’, al civico 8 di via Novella. Lì è rimasto un anno e mezzo prima di finire in galera, per cumulo di pene per soli reati contro il patrimonio (appunto, furtarelli nei supermercati e sottrazione di metalli, come i cavi di rame), nella sesta sezione del carcere di Marassi, in cella con quello che è considerato il suo assassino, il 48enne Luca Gervasio. Quest’ultimo era stato considerato seminfermo di mente dai periti di un precedente processo e stava in quella sezione perché lì vengono detenuti quelli che hanno commesso aggressioni ai sanitari degli ospedali o resistenza nei confronti di polizia locale o forze di Polizia. Gervasio si era reso responsabile di entrambe le cose.
La sesta sezione è considerato l’inferno della caienna del carcere di Marassi, un istituto di pena vetusto, ampiamente sovraffollato, tra i peggiori dell’organizzazione carceraria, tanto che molti di quelli che sanno che presto verranno catturati per cumulo di pene vanno a costituirsi in un’altra città, nella speranza di non finire nelle carceri di via del Piano.
Non è chiaro perché Roberto, una persona che certamente aveva difficoltà cognitive e forse anche qualche problema mentale, ma non era un violento, sia stato messo in cella con questo soggetto. Al momento non risulta che si sia reso responsabile di reati contro la persona. Gervasio, invece, proprio a causa del suo temperamento, era stato trasferito di cella in cella per l’incompatibilità con i compagni. Una delle ipotesi della Squadra Mobile, che indaga sull’omicidio, coordinata dalla pm Gabriella Marino, è che abbia ammazzato a bastonate con un pezzo di legno (forse uno sgabello, forse la gamba di un tavolo) il povero Molinari perché russava e parlava nel sonno, disturbandolo.
Il quarantottenne avrebbe preso a bastonate Molinari nel sonno durante la notte o nelle prime ore del mattino, ma la Polizia Penitenziaria ha trovato il corpo solo molte ore dopo, verso mezzogiorno.
Oltre alle indagini sull’omicidio da parte della Squadra Mobile c’è quella, interna, del ministero della Giustizia che punta ad appurare se sia stato corretto mettere in cella Molinari con Gervasio e tenercelo dopo che, il giorno prima, era stato medicato per ferite che aveva, probabilmente per paura, detto che si era causato cadendo dal letto mentre, erano con buona probabilità le prime avvisaglie della furia omicida del compagno di cella. Perché Luca, pur essendo notoriamente un violento, pur essendo stato riconosciuto da una perizia del tribunale un soggetto psichiatrico, è stato messo in cella col mite Roberto? Quello che è certo è che i posti per i detenuti psichiatrici al carcere di Marassi sono oltre il limite della capienza.
Gervasio, al momento, è stato isolato, mentre si attendono i risultati dell’autopsia di Molinari che puntano ad appurare se davvero, essendo stato aggredito nel sonno, non ha potuto nemmeno difendersi. Il quarantottenne dice di non ricordare cosa sia successo e gli avvocati d’ufficio chiedono per lui la perizia psichiatrica.
Intanto, sui social si sono scatenate le polemiche sulle dichiarazioni di un sindacato di polizia penitenziaria che il giorno della morte di Roberto Molinari aveva improvvidamente dichiarato: «Quanto accaduto nel carcere di Marassi deve necessariamente far riflettere per individuare soluzioni a breve ed evitare che la Polizia penitenziaria sia continuo bersaglio di situazioni di grave stress e grande disagio durante l’espletamento del proprio servizio». Stress e disagio certamente reali, ma in quel momento il tema era quello di un uomo che aveva perso la vita, ammazzato a bastonate in cella perché l’istituzione penitenziaria non ha saputo evitarlo.
Nella foto in copertina: a sinistra Luca Gervasio, indagato per omicidio, a destra Roberto Molinari, la vittima


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